Renato Civello

GIULIANA CAPORALI

 

Quando le tecniche tradizionali generano nuove armonie

 

 

[…] La riconosciuta consistenza di un’artista d’alto respiro, Giuliana Caporali, continua ad esprimersi in modo ottimale: la novità di questi pastelli improntati ad una felice ricreazione del lirismo paesaggistico, tramati, in diagonale, da un velario di  minuzzoli d’aria, sta nel singolare accordo dell’impianto compositivo e dell’onda luminosa.

   Il rapporto oggettuale è diventato musica: una sottile elegia che ha vestito di sentimento le memorie epifaniche.

   La levità di Semeghini e di Turner tradotta, senza alcuna codificata assunzione, in un personalissimo vibrante straniamento.

   Sono opere come quelle di Giuliana Caporali (e di altri artisti, non molti in verità, che meritano rispetto) che ci fanno sperare con la compiutezza del loro approdo, in una rigenerazione dell’immagine-colloquio. […]

 

( Il Secolo d’Italia, Novembre 1997)

 

 

Renato Civello

GIULIANA CAPORALI

 

Giuliana Caporali e i colori del sogno

 

 

 

   La personale recentemente recentemente allestita in un singolare spazio espositivo, alla Torretta di Ponte Milvio, da Giuliana Caporali, con un significativo gruppo di pastelli, mi conferma nell’opinione, altre volte espressa peraltro, che si tratta di una presenza spontaneamente e responsabilmente impegnata nell’attuale panorama della figurazione non informale. Ci troviamo di fronte ad opere d’impianto realistico. Ma di un realismo, per intenderci « fuori paradigma»; va detto onde evitare generiche e non corrette omologazioni. Cercheremmo invano qui, in questi incantevoli pastelli «tramati, in diagonale, da un velario di minuzzoli d’aria» (l’ho scritto in altra occasione) e sottilmente pervasi da un avvertimento elegiaco, un racconto di pura mimesi, la trascrizione passiva del pretesto ottico: c’è un sognato che parte, sì dal vissuto, ma si pone, dissolvendo via via il dato esterno nelle costanti incursioni dell’immaginario, alla soglia del turbamento metafisico.

   I viola cinerini, le albescente azzurrate, i blu lievemente venati d’ocra si stendono come un velario stregato sulle misteriose epifanie murarie che sorgono dal tempo e dall’anima: una contemplazione allucinata, ma anche dolcissima, che ti strappa all’empìria del visto e ti conduce nelle indefinibili lande dell’immaginario.

   Mi è capitato raramente di vedere pastelli così pieni di fascino, così arditamente giocati sulla modulazione tonale, talvolta fino al limite della piena dissolvenza morfologica, ma sempre indotti a provocare durature emozioni, determinando, in parallelo con il consenso estetico, coordinate speculative di forte intensità. Fatto è che l’ottimo mestiere di Giuliana Caporali è solo il tramite per i raggiungimenti di una elevata poesia dello spirito: la compiaciuta fruibilità del sensorio cede il posto, nell’arcana evocazione di un  Castello medievale, di un’ Alba sulla fortezza, di una Architettura-sortilegio e di altre toccanti memorie, al concetto eracliteo del fluire inesorabile del tempo e al contestuale esaltante stupore di una coscienza profondamente poetica.

   Non si può restare indifferenti dialogando in perfetta autonomia con testimonianze del genere; e si ha subito la certezza di una loro «necessità», di una irrecusabile trasposizione reale-ideale, che è poi, in ordine al linguaggio liberatorio della creatività, passaggio dal fenomenico al fantastico e allo spirituale.

   Le comparazioni in arte, si sa, sono spesso scorrette o solo parzialmente accettabili. Ma se dovessi fare un riferimento sotto il profilo stilistico, indipendentemente dalla tecnica adottata, per gli stupendi pastelli di Giuliana Caporali penserei ad equazioni di prim’ordine: alla musicalità delle trasposizioni luminose dello statunitense Lyonel Feininger (senza alcuna influenza cubista, tuttavia, e con un più incisivo prevalere dei bruni) oppure, per richiamarci ad un maestro italiano dei nostri giorni, alla delicata effusione unitonale di certe marine di Piero Guccione: ma si ricordano, infine, questi pastelli, come immagini che ci accompagnano nella assoluta autonomia della loro fascinazione: una Torre di Radicofani  o una blasonata mole In terra di Magna Grecia hanno, insieme con tutto il resto, il suggello di una inconsumabile bellezza.

Renato Civello

(Il Secolo d’Italia, Febbraio 1999)